
Entroterra Rimini, Escursioni entroterra Romagnolo e itinerari entroterra Rimini.
Clicca sui percorsi sottostanti e scopri i più importanti itinerari turistici dell’entroterra romagnolo e di Rimini. Verucchio, San Marino, San Leo, Gradara e tanti altri posti magici tra rocche e castelli della Valle del Marecchia, dove secoli di storia e cultura si incontrano per offrirti escursioni indimenticabili nell’entroterra di Rimini. |
Verucchio
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LA CULLA DEI MALATESTA
Verucchio vanta un'antichissima storia legata a doppio filo alla Signoria dei Malatesta. Ma molto prima del Medioevo, nell'età del Ferro tra il IX e il VI sec. a.C., Verucchio ospita un importante insediamento di cultura Villanoviana del quale custodisce tuttora reperti straordinari nel suo Museo civico ricavato dall'antico convento di S. Agostino.
Dalla stupenda Rocca Malatestiana o Rocca del Sasso, si può infatti ammirare un panorama strepitoso. La visita al complesso monumentale, edificato fra il XII e il XVI secolo, ci restituisce il fascino della vita quotidiana all'epoca delle signorie.
Da non perdere le spettacolari visite serali, in agosto dal 6 all'11 e dal 17 al 23 del mese, alle ore 21 e alle ore 22. |
Cucina locale: Oltre alla sempre presente piadina con affettati, ottime le tradizionali tagliatelle con ragù di carne e la grigliata di carni miste con castrato. Non mancano i sapori forti del bosco con funghi e tartufi e cacciagione.
Vini: Terra che produce un ottimo Sangiovese, da accompagnare alle prelibatezze del luogo. Si ottiene con successo anche una buona Cagnina.
Acquisti e souvenir: Nelle belle botteghe degli artigiani si trovano tele stampate, ricami, e mobili rustici biologici.
Dintorni: A Villa Verucchio molto suggestivo il Convento dei Frati Minori Francescani (tel. 0541/6784179) con il secolare cipresso che la tradizione vuole piantato dal Santo. A Villa Verucchio ha sede il Rimini Golf Club (0541/678122) e, immersi nel superbo green, si può alzare lo sguardo sulle ardite rocche della Valmarecchia. |
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Santarcangelo
Santarcangelo di Romagna nei tempi romani era denominato "Pagus Acervolanus" o "Acervolanus". Qui si rifugiarono i primi cristiani perseguitati e, forse, nelle amletiche, antiche grotte tufacee.
Comunque, la prima notizia storica su Santarcangelo di Romagna si trova nel Codice Bavaro che cita un "pagus" e la pieve fatta costruire nel secolo X forse sulle fondamenta di un tempio preesistente.
La città fu poi soggetta ai vescovi di Ravenna e di Rimini e nell'XI secolo venne fortificata. La rocca ne è testimonianza ancora tangibile.
A cavallo del 1300 si succedette il dominio cesenate con quello riminese e nel 1390 la città fu espugnata da Giovanni Sforza.
I Malatesti vi regnarono fino al 1462 quando venne conquistata con un terribile sacco dalle truppe comandate da Federico di Montefeltro. Precedentemente la torre della rocca venne dimezzata. Dal 1503 al 1505, godendo di particolari esenzioni di tributi, Santarcangelo di Romagna fu governata dai veneziani.
Dopo essere passata alla famiglia Zampeschi, la città tornò ai vescovi che qui ebbero sede con competenza anche su parte del territorio riminese fino a San Marino.
La città trovò vigore e splendore nel '700 quando in particolare venne eletto papa Lorenzo Ganganelli, nato a Santarcangelo che passò alla storia, con il nome di Clemente XIV, per aver soppresso la Compagnia di Gesù. A lui venne dedicato l'arco trionfale ad opera di Cosimo Morelli, che disegnò anche l'antistante piazza.
Dal 1863 Santarcangelo di Romagna si fregia del titolo di città. Vi sono nati, tra gli altri, il pittore Guido Cagnacci, il poeta Tonino Guerra, l'attore Paolo Carlini e vi dimorò per lungo tempo lo storico Gioacchino Volpe.
Le principali attrattive
Santarcangelo di Romagna offre al visitatore curiosità e testimonianze storiche. Il monumento più visitato e certamente non del tutto catalogato, sono le grotte scavate nel tufo del colle Jovis che traforano il centro storico. Basilichette rupestri intitolate al dio Mitra? Cantine per vini? Catacombe? Di certo c'è che le grotte di Santarcangelo sono uniche e di rara bellezza architettonica.
Accanto alle grotte si erge la bella chiesa collegiata, costruita nel '700. Qui sono conservati un crocifisso di scuola giottesca e un polittico di Iacobello da Bonomo datato 1385 con i dipinti del Longhi e del Cagnacci.
Da visitare tutto il centro storico sul colle, con le sue strette vie dette "contrade". La torre dell'orologio o Campanone, dell'800, è testimonianza del simbolo laico della città.
Poco lontano è la rocca Malatestiana, dove la leggenda vuole che si consumasse la vicenda di Paolo e Francesca. Al suo interno, ampie sale con mobili d'epoca sapientemente utilizzate dalla proprietà, i principi Colonna, per convegni letterari. Dalla torre si domina poi un panorama unico.
A ovest della città è la Pieve preromanica, restaurata nel dopoguerra dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso, così come la bella Celletta Zampeschi del 1400.
Nella città nuova, nata attorno alla piazza Ganganelli, ci sono il palazzo del municipio, la chiesa del Suffragio, la biblioteca che ospita il fondo Baldini e Volpe e i bei portici Torlonia. Da poco tempo è stato aperto il museo etnografico in via Montevecchi, dove sono raccolte le testimonianze della vita di campagna dell'800 e primi '900. Qui è custodito a fondo fotografico De' Girolami.
Fra le tante curiosità, oltre alla "tomba" di San Martino dei Mulini, a 6 km dal centro cittadino, una casa colonica fortificata del 1300, c'è l'antica Bottega del Mangano dove vengono stampate le tele a ruggine. In via Verdi si affacciano la bottega di Alfonso Giorgetti, fabbro-artista e di Federico Moroni, pittore di fama internazionale.
Santarcangelo, comunque, resta meta preferita per la buona cucina con i suoi ristoranti-trattorie e per la sagra autunnale dedicata ai cornuti. |
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Valle del Marecchia
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Il fiume Marecchia nasce a 1236 m. sul Monte Zucca, nel versante toscano di quel complesso montuoso che ha il nome sognante di Alpe della Luna. Di qui il corso d’acqua comincia la sua discesa e forma una vallata complessa nelle divisioni territoriali, ricca di storie e monumenti come poche altre in Italia.
Si parte dalla Toscana, siamo in provincia di Arezzo, si attraversa la nobile regione del Montefeltro dominata da S. Leo, si lambiscono i confini dell’ antica Repubblica di S. Marino e infine si arriva al mare proprio a Rimini, segnando il |
| tratto più settentrionale della Signoria malatestiana che coincide oggi con la parte romagnola. Tre regioni dunque con tre territori e tre culture se non lontane comunque differenti. Da queste terre sembra provenga il ceppo originario dei Malatesta; che si tratti di Pennabilli o di Verucchio (luoghi che si contendono l’origine della famiglia) è comunque certo che i primi passi verso l’affermazione della casata avvengono da queste parti. Una valle dunque importante da tutti i punti di vista: la strada che la percorre per intero, l’antica Via Maior, è quella che congiunge Rimini, quindi il versante Adriatico, con il versante Tirrenico, i suoi castelli sono esempi rari di splendida architettura militare, il suo ambiente è ancora oggi integro ed interessantissimo. |
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La Signoria dei Malatesta in Valmarecchia comprende quattro comuni: Santarcangelo, Verucchio, Torriana e Poggio Berni: tutti quattro, insieme a Montebello, formavano con le loro fortezze una catena di difesa fondamentale per la protezione della città di Rimini ma anche per il dominio su terre fertili e produttive.
I castelli e le torri della Valmarecchia (Verucchio, Torriana, Montebello, Saiano, ma anche S. Marino, S. Leo) hanno una caratteristica molto appariscente: |
| sorgono su aspri speroni di roccia che si innalzano in modo netto rispetto a tutti i terreni circostanti e hanno una vista completa sia verso il mare che verso i monti . Sono imponenti scogli di roccia calcarea che rappresentavano fortissimi baluardi naturali, ideali dunque per costruire imprendibili fortezze che si adattavano perfettamente a questi strategici picchi e inglobavano addirittura parti delle rupi. Fortezze che hanno visto aspre battaglie ma anche gran fermento di vita civile con la nascita e lo sviluppo di importanti città e paesi. La Signoria dei Malatesta ha dunque qui il primo e fondamentale nucleo del proprio potere, ben rappresentato dalle numerose rocche che ancora sorgono in terra riminese, ma nella valle, a Verucchio, c’è anche un’altra formidabile testimonianza storica: quella di un antico popolo che millenni fa ha abitato queste belle terre e ha lasciato reperti di una raffinatezza rara, tutta da apprezzare in un museo che può essere il vanto di tutta la Valmarecchia. |
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Urbino
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Urbino è situata tra le valli dei fiumi Metauro e Foglia, su due colli a 451 metri sul livello del mare, dai quali si gode un vasto panorama che abbraccia verdi colline e maestose montagne. Il centro storico ha un'estensione di poco più di un chilometro quadrato, racchiuso tra le mura bastionate ed interamente costruito in mattoni cotti. Di forma romboidale allungata, il centro è diviso da due assi viari principali e quasi perpendicolari tra di loro (Via Mazzini e Via Cesare Battisti per un verso Via Raffaello e Via Veneto dall'altro), che si incontrano nella Piazza principale (Piazza della Repubblica), luogo di incontro abituale degli urbinati e degli studenti. Il territorio comunale comprende diversi quartieri, a poche centinaia di metri dal centro storico (Piansevero, Mazzaferro, ecc.) e molte frazioni distanti anche diversi chilometri (Trasanni, Gadana, Schieti, Canavaccio, ecc.), tutte collegate da trasporti pubblici. L'estensione complessiva è di ben 227,9 chilometri quadrati, per una popolazione di 18.000 abitanti. |
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Le origini di Urbino sono antichissime.Il nome Urvinum deriva probabilmente dal termine latino urvus (urvum è il manico ricurvo dell'aratro). Tra i personaggi più importanti merita un accenno Guido il Vecchio, famoso e focoso ghibellino che Dante Alighieri, (nel XXVII canto dell'inferno, incontra fra i consiglieri: "lo fui uom d'arme, e poi fui cordigliero, credendomi, sì cinto, fare ammenda;... l'opere mie/ non furon leonine, ma di volpe".
Solamente nel 1375 (circa) Antonio da Montefeltro, una delle maggiori figure di soldato e di politico della seconda metà del secolo XIV, abilissimo nel comporre discordie e situazioni critiche e anche nel ricavare i massimi vantaggi dalle rivalità altrui, seppe inserirsi nel gioco politico italiano del tempo, alleandosi nel 1376 con Firenze e Milano, legandosi quindi d'amicizia con Gian Galeazzo Visconti. Grazie al cresciuto prestigio, nel 1390, ottenne da parte del papa Bonifacio VIII il riconoscimento di tutti i suoi possessi. Tale situazione portò conseguenze benefiche anche sulla città che poté risollevarsi dallo stato di confusione in cui versava per le continue lotte, e poté vedere quel risveglio culturale ed edilizio, primo momento di quell'ascesa irresistibile cui andò incontro durante il governo del suo grande nipote Federico. A lui si devono la costruzione del palazzo della casata, oggi sede dell'Università, nonché i primi contatti con il mondo della cultura, che portarono alla realizzazione di importanti opere artistiche.
Gli successe Guidantonio che acquistò prestigio continuando un'accorta politica di equilibrio. E' bene ricordare che proprio durante il suo dominio, nel 1416, i fratelli Lorenzo e Iacopo Salimbeni affrescarono l'oratorio di San Giovanni, portando nella città le esperienze più raffinate del gotico cortese; dopo di loro verranno Ottaviano Nelli da Gubbio e Antonio Alberti da Ferrara.
Alla sua morte (1443) subentrò il giovanissimo figlio Oddantonio che, appena sedicenne, non solo non seppe mantenere la politica di equilibrio, ma dilapidò le scarse risorse economiche del ducato provocando una rivolta che sfociò nella congiura del 21 luglio 1444, durante la quale venne ucciso assieme a due ministri. |
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E' a questo punto che compare la figura di Federico da Montefeltro, il personaggio più illustre che legherà la storia della città alla propria fama.
Nato a Gubbio nel 1422, figlio naturale di Cuidantonio, fratellastro di Oddantonio, Federico venne allevato da Giovanna Alidosi, vedova di Bartolomeo Brancaleoni, la cui figlia Gentile sarebbe diventata sua prima sposa (1 437) garantendogli così la signoria della Massa Trabaria.
All'età di undici anni venne accompagnato da Urbino a Venezia, quale ostaggio, essendosi Venezia interposta garante di pace tra il pontefice Eugenio IV e il Duca di Milano Filippo Maria Visconti, del quale il padre di Federico era alleato. Vi rimase quindici mesi, un periodo determinante per la formazione del giovane che ebbe modo di frequentare i livelli più alti della società veneziana.
Giovanissimo, Federico si impose per le sue doti di saggio e risoluto condottiero e di finissimo uomo politico, conquistandosi una solida reputazione di valoroso combattente, in tutto degno delle migliori tradizioni dei Montefeltro.
Nel 1444, alla morte del fratellastro Oddantonio, dalla vicina Pesaro, dove si trovava, corse ad Urbino e ne divenne signore. |
Da allora la sua vita fu un esempio di perfetto principe rinascimentale, uno dei protagonisti della vita italiana di quel secolo, grande condottiero, ma anche grande umanista, colui che fece costruire da Luciano Laurana la sua residenza, quella "città in forma di palazzo" secondo la definizione del Castiglione, che è anche il primo esempio di complesso architettonico ed urbanistico strettamente legato alla natura.
Il 1472 segna una tappa importante per la vita di Federico, sia sul piano politico che familiare: la rapida espugnazione di Volterra e la nascita del tanto sospirato erede, Guidubaldo, datogli dalla giovanissima Battista Sforza, sua seconda moglie, nipote del duca di Milano. Due anni dopo giungeranno ulteriori significativi riconoscimenti: il papa lo chiamerà a Roma per nominarlo cavaliere di San Pietro e Gonfaloniere della Chiesa (poco dopo una sua figlia sposerà un nipote del papa, Giovanni della Rovere); Il re d'Inghilterra, Edoardo IV, gli conferirà ]'Ordine della Giarrettiera; il re di Napoli l'Ordine dell'Ermellino. La morte lo sorprese nel 1482, con il figlio Guidubaldo ancora fanciullo. La sapiente tutela dello zio Ottaviano Ubaldini seppe conservargli tutti i poteri conquistati dal padre, anche se alterne vicende politiche italiane lo costrinsero ad abbandonare in fuga la città, sotto la pressione del Valentino che nel 1502 l'aveva conquistata. L'anno successivo, rientrato definitivamente in possesso del suo ducato, presero finalmente avvio anni sereni per la città e per la corte, che la duchessa Elisabetta Gonzaga animava con quei famosi cenacoli che Baldassarre Castiglione ha eternato nel suo "Cortígiano".
Sarà proprio in tale clima culturale che si preparerà e affermerà il genio artistico di Raffello il quale, dopo la formazione nella bottega paterna e le prime opere eseguite per località del ducato, si muoverà su raccomandazione di Giovanna Feltria Della Rovere - verso Firenze e Roma dove raggiungerà il suo apice.
Unico problema della corte era la mancanza di eredi, così che, alla morte di Guidubaldo (1508) il ducato passò a Francesco Maria I della Rovere. Pur senza eguagliare gli splendori dei Montefeltro, la Corte roveresca continuò a radunare attorno a sé musicisti e scenografi, artisti e letterati: diverse sono le committenze a Tiziano, senza dimenticare le numerose opere fatte eseguire all'urbinate Federico Barocci che certamente costituì l'aspetto più qualificante della committenza degli ultimi Della Rovere. |
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Ma il fatto più negativo per la città si verificò quando la Corte, nel 1523, decise di trasferire la propria sede a Pesaro, con conseguente emarginazione di Urbino rispetto ai centri litoranei. I successori, Guidubaldo II , Francesco Maria II e Federico Ubaldo, fecero conoscere ad Urbino momenti sempre meno splendenti, fino al 1631 data in cui mori l'ultimo duca, rimasto senza eredi, con conseguente devoluzione del ducato, per questioni ereditarie, allo Stato pontificio.
A partire da tale data Urbino venne sottoposta ad una lunga serie di sottrazioni: dapprima il trasferimento delle collezioni e di molti arredi a Firenze, iniziato già da Francesco Maria, quindi la vera e propria spoliazione di quant'altro fosse rimasto nel palazzo (i Ritratti dello Studiolo, le Muse del Tempietto, e infine, nel 1657, la famosa Biblioteca di Federico). E' facilmente immaginabile il clima di decadenza e di degrado che doveva regnare nella città in tale periodo: monumenti, mura cittadine, palazzi pubblici e privati, in stato di abbandono e bisognosi di restauro.
Le vicende di fine secolo e dell'inizio del successivo, legate alle imprese napoleoniche, sono comuni a molte città italiane e comportarono per Urbino - oltre alla soppressione di chiese, conventi e istituti religiosi - un ennesimo impoverimento del proprio patrimonio artistico con la |
| distruzione di alcune opere (sculture in bronzo, fuse per scopi militari) e la deportazione di altre verso Milano, prima fra tutte la famosa Madonna col Bambino e Santi, di Piero della Francesca che diventerà la celebre 'Pala di Brera'. |
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Valle del Conca
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Il fiume Conca, chiamato nell’antichità Crustumium, nasce nelle Marche, sul Monte Carpegna a circa 1400 m., attraversa una prima zona oggi appartenente alla provincia di Pesaro, entra nelle terre della Signoria dei Malatesta segnando le colline e allargandosi in una vasta pianura che arriva fino alle spiagge, dove tra Cattolica e Misano il corso d’acqua sfocia in mare. Nella Vallata del Conca i paesi della Signoria sono 11 (Gemmano, Mondaino, Morciano, Montecolombo, Montefiore, Montegridolfo, Montescudo, Saludecio, San Clemente, San Giovanni |
| in Marignano) comprendendo anche Coriano che è più precisamente nella valle del Marano. Una vallata per alcuni aspetti singolare quella del Conca: così dolce e così selvatica allo stesso tempo, dove la caratteristica principale è data dall’armonia che sopravvive tra attività dell’uomo e attività della natura, tra insediamenti storici, agricoltura e aree lasciate alla vegetazione spontanea. Quella della Valconca è terra di colline, decisamente belle, che si avvicinano lentamente all ‘Appennino senza mai assumere un tono aspro, dove i campi di grano si alternano alle vigne, gli uliveti a qualche raro castagneto, le querce ai primi pascoli utilizzati per la pastorizia. |
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E sopra le colline interi paesi che si allungano su dorsali affusolate o si alzano sulla cima dei promontori. Molti visitatori della Valconca si sorprendono per la bellezza delle sue campagne
e dei suoi panorami, dove il mare è sempre presente e i monti anche quelli più distanti fanno sempre parte dell’orizzonte.La Valconca è un luogo dove la terra ha ancora un ruolo fondamentale nel determinare la bellezza dell’insieme; una bellezza a cui contribuiscono anche una valle significativa come quella del |
| torrente Marano ( è la terza valle per importanza del Riminese) e le valli del Ventena di Gemmano e di Saludecio, piccole ma straordinarie dal punto di vista naturalistico. Altro ruolo decisivo per la forma e la vita di questa valle è quello giocato dalla storia, che ha determinato le alterne fortune dei vari paesi. Tutto il territorio è cosparso di rocche e borghi fortificati posti a guardia del pericoloso confine con il Ducato d’Urbino che sulle terre circostanti ha fatto valere tutta la sua forza militare e la sua influenza artistica e culturale. Tante rocche dunque dove i Malatesta risiedevano per lunghi periodi e dove avevano luogo incontri importanti per il destino di tutta la Signoria; quasi regge come quella di Montefiore, dove nascevano rampolli della casata e che ospitava principi e papi, o quella di Mondaino dove si firmavano i trattati di pace. Tanti segni d’arte che si integrano con tanti segni naturali anche molto particolari come quello delle Grotte di Onferno. Insomma la Valconca è una valle di paesi, belli da visitare e da conoscere, ma è anche e soprattutto una valle di paesaggi, belli da vedere e da vivere. |
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Gradara
SINTESI DELLA STORIA DI GRADARA...
Gradara si erge come un'isola verde fra le dolci colline marchigiane a 142 metri sul livello del mare di cui si riesce a sentirne il profumo, carico di salsedine, essendo a soli 3 Km di distanza.E' un luogo fiabesco dal sapore antico, in cui leggenda e storia si abbracciano per raccontarci il tragico amore fra Paolo e Francesca, cantato da Dante, Petrarca, Boccaccio e D'Annunzio.
Passeggiare fra le sue vie, specie di sera, per la rocca sapientemente illuminata e circondata da querce secolari, regala agli innamorati una cornice romantica unica, in cui amore, poesia e storia si fondono ad un magnifico paesaggio.
La prima costruzione, una torre medioevale, il Mastio, risale al 1150 e con essa Piero e Rodolfo De Grillo resero Gradara indipendente dall'amministrazione pesarese. Il Mastio fu poi acquistato dai Malatesta che lo trasformarono in un Rocca inespugnabile, costruendoci attorno 700 metri di mura con 17 torri merlate e tre ponti levatoi. E' in questo scenario che si svolge la maggior parte della saga malatestiana: del patriarca Giovanni chiamato il Mastin Vecchio da Dante, del Guastastafamiglia cosiddetto per la sua mania di eliminare i suoi consanguinei, di Galeazzo l'inetto e del valente uomo d'armi Sigismondo Pandolfo che scontrandosi con il Papa decretò la fine della potenza militare.
Nel 1464 la loro Signoria cedette a quella degli Sforza che lasciarono segno del loro passaggio con la Pala di Andrea della Robbia, con un magnifico loggiato e uno splendido scalone e con magnifici affreschi che troviamo anche nell'appartamento di Lucrezia Borgia che qui visse tre anni del suo matrimonio (1493) con Giovanni Sforza, prima che il padre, Papa Alessandro VI se la riprendesse per poter stringere altre alleanze.
Per tre anni sugli spalti di Gradara sventolarono i vessilli di Cesare Borglia detto il Valentino fino a quando, alla morte del Papa, tornò Giovanni Sforza con Ginevra Tiepolo, sua terza moglie in dolce attesa dell'erede Costanzo che nacque nella Sala dei Putti, appositamente affrescata per l'evento. Purtroppo Costanzo morì prematuramente e così il padre e nel 1513 entra in scena Francesco Maria della Rovere, nipote di Papa Giulio II.
Nel 1631 la Rocca insieme a tutto il Ducato di Pesaro e Urbino, passa allo Stato Pontificio ed iniziano così gli anni della decadenza prima e dei saccheggi francesi poi, fino al terremoto del 1916.
Nel 1920, L'Ingegner Umberto Zavettoni, innamoratosi di Gradara, destinò tutte le sue risorse ad un magnifico restauro durato tre anni. Alla sua morte fu la moglie Alberta Porta Natale a godersi la splendida residenza che divenne luogo eleganti feste e concerti di musica classica che richiamavano i nobili di tutta Europa. Nel 1983, alla morte la Sig.ra Alberta Porta Natale il castello passa allo Stato.
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San Leo
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Nella media Valle del Marecchia, al centro della Regione storica del Montefeltro, su un masso imponente di forma romboidale con pareti strapiombanti al suolo, sorge San Leo. La placca rocciosa, di formazione calcareo-arenacea, è il risultato della tormentata genesi che ha portato alla formazione del paesaggio della Val Marecchia, nota ai geologi come Coltre o Colata della Val Marecchia. I limiti della placca, nel caso di San Leo, sono interamente identificabili e coincidenti con i dirupi e gli strapiombi; il contatto con le argille sottostanti è sempre evidente. Questa situazione rende San Leo un paradigmatico esempio ai fini della interpretazione della geologia locale e riassume, inoltre, notevoli, fenomeni geomorfologici, caratteristici della Val Marecchia. La straordinaria conformazione naturale del luogo ne ha determinato, dall’epoca preistorica, la doppia realtà di fortezza munita per natura e di altura inaccessibile e perciò sacra alla divinità. |
L’antico nome Mons Feretrius è tradizionalmente legato ad un importante insediamento romano, sorto intorno ad un tempio consacrato a Giove Feretrio. Pur non essendo in possesso di fonti in grado di attestare l’anno in cui i romani giunsero in questo luogo, possiamo affermare che, fin dal III secolo, essi costruirono una fortificazione sul punto più elevato del monte, ma non monirono l’abitato di cinta murarie poiché la rupe è di per sé inaccessibile da qualunque lato.
Sul finire del III secolo, giunsero nel Montefeltro, dalla Dalmazia, Leone e il compagno Marino, ai quali si deve la diffusione del cristianesimo che si propagò rapidamente in tutta la regione circostante, fino alla nascita della Diocesi di
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| Montefeltro. Leone è considerato, per tradizione, il primo Vescovo di Montefeltro, anche se l’istituzione della Diocesi risale, probabilmente, al periodo fra VI e VII secolo, quando San Leo venne eretta a città (il primo vescovo è documentato soltanto nell’826). La circoscrizione ecclesiastica facente capo a Montefeltro comprendeva un territorio prevalentemente collinare e montuoso, distribuito tra le Valli del Savio, Marecchia, Conca e Foglia (a parte alcune mutazioni, l’antica Diocesi sopravvive oggi con l’intitolazione di San Marino-Montefeltro). Sull’originario sacrario edificato dallo stesso Leone che la tradizione vuole abile tagliatore di pietre, sorse la Pieve, dedicata al culto orientale della Dormitio Virginis. |
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L’edificio, costruito in epoca carolingia e rimodernato in età romanica, raccoglie intorno a sé il nucleo della città medievale. Dopo il VII secolo, accanto alla Pieve, fu innalzata la Cattedrale, consacrata al culto del Santo Leone. Nel 1173 essa venne completamente rinnovata, nelle forme romanico-lombarde, e unita alla possente torre campanaria di probabile origine bizantina. Il nucleo della città sacra, composto dal Palazzo Vescovile e dalla residenza dei Canonici, veniva così a costituire un vero e proprio agglomerato urbano, la civitas Sanctis Leonis, arricchita di altri edifici dalla dinastia dei Montefeltro stabilitasi a San Leo a metà del 1100. Non a caso essi, discendenti della progenie dei Conti di Carpegna, assunsero il titolo ed il nome proprio dall’antica città-fortezza di Montefeltro-San Leo.
Il centro medievale conserva gli edifici romanici, Pieve, Cattedrale e Torre Campanaria, mentre i palazzi residenziali hanno subito numerose trasformazioni principalmente durante il periodo rinascimentale. L’abitato storico si estende intorno alle chiese che affacciano sulla piazza centrale, intitolata a Dante Alighieri, ed è composto da numerosi edifici: il Palazzo Mediceo (1517-23), la residenza dei Conti Severini-Nardini (XIII-XVI sec.), il Palazzo Della Rovere (XVI-XVII sec.), la Chiesa della Madonna di Loreto e abitazioni costruite fra il XIV e il XIX secolo.
Distanziata dall’agglomerato urbano, per evidenti ragioni difensive, è la Fortezza di Francesco di Giorgio Martini. Il primitivo nucleo altomedioevale, in cui dal 961 al 963 era stato assediato Berengario Re d’Italia da Ottone I di Germania, venne ampliato tra XIII e XIV secolo, quando i Malatesta riuscirono a sottrarre San Leo ai Montefeltro. Il Mastio medievale, difeso dalle quadrangolari torri malatestiane, venne definitivamente ridisegnato dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini per volere di Federico da Montefeltro nel 1479. Egli escogitò la doppia cortina tesa in punta fra torrioni circolari forgiati di beccatelli, la munì del grande rivellino rivolto a sud, al di sotto del quale pose una caratteristica casamatta. |
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La nuova forma prevedeva una risposta al fuoco secondo i canoni di una controffensiva dinamica che potesse garantire direzioni di tiri incrociati, da qualunque parte provenisse l’attacco. La fortezza fu protagonista di importanti vicende guerresche durante il periodo rinascimentale: fu sottratta per pochi mesi ai Montefeltro dal duca Valentino nel 1502 e ai Della Rovere delle truppe medicee nel 1517. Con la devoluzione del ducato urbinate al dominio diretto dello Stato Pontificio (1631), la rocca perse il suo carattere di arnese da guerra e fu adattata a carcere. Nel 1788, essendo le carceri della Fortezza di San Leo per la loro forma e situazione molto insalubri e minacciando uno di |
quei Baluardi imminente ruina, Giuseppe Valadier, nominato da Pio VII architetto dello Stato della Chiesa, fu incaricato di apportare all’intera struttura le necessarie migliorie.
Dal 1791, fino alla morte avvenuta il 26 Agosto 1795, vi fu rinchiuso Giuseppe Balsamo, noto come Alessandro conte di Cagliostro, uno dei più enigmatici ed affascinanti avventurieri dell’età dei Lumi.
Con l’avvento dell’Unità d’Italia, San Leo non fu oggetto di riadattamento urbanistici, mantenendo inalterato l’impianto urbano. |
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Morciano
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Abitanti: 5430 Superficie: Kmq 5.41
Porta di accesso e capitale commerciale della Valle del Conca, antica terra di fiere e mercati, punto di riferimento per il mondo agricolo e artigianale e punto d’incontro non solo di mercati ma anche di modi di pensare, sentire e di vivere – Marciano – affonda le sue radici dell’epoca romana. Sono alcune iscrizioni (attualmente conservate nel Lapidario del museo della città di Rimini) a far riferimento ad alcuni terreni ubicati, in questa località, di proprietà della Geps Marcia o Murcia.
Il primo documento in cui Marciano è citato è il Codice Bavaro cioè il registro delle investiture conesse dalla chiesa di Ravenna nei sec. XIII, IX, X dei fondi che erano oggetto della sua dominazione a Rimini, Senigaglia, Osimio, Urbino, Pesaro e Montefeltro Benno Pennone, feudatario di Marciano, lo lascia in eredità nel 1014 al |
figlio Pietro che a sua volta ne fa dono a San Pier Damiani.
A ricordo dell’evento fu fondato nel 1069 il Monastero di San Gregorio (di cui oggi sono visibili le strutture esterne, essendo stato trasformato in casa colonica). Nella Descriptio Romandiole (1371), Montefeltro viene descritto come un piccolo borgo semi abbandonato a causa delle continue piene distruttive del Conca. Resta ,tuttavia, valido il titolo di terra di mercati contesa in quanto fonte di ricchezza mediante i dazi ed i passaggi connessi all’attività commerciale. Sul finire del sec. XII il borgo ed il mercato sono sottoposti a Montefiore mentre la rimanente parte rientra nella giurisdizione di San Clemente. Nel 1827 termina attraverso una bolla di Papa Leone XII. La Sudditanza di Montefiore, e la località viene inglobata nel territorio della vicina S. Clemente che chiese, dopo lunga attesa, a dominare, commerci della vallata. Negli anni successivi all’unità d’Italia, l’economia morcianese ere fondata principalmente sull’agricoltura organizzata per la maggior parte secondo il sistema della mezzadria. Accanto al mercato si tenevano le fiere, la più importante era quella di S. Gregorio coincidente con l’equinozio di primavera (21 marzo) e documentata fin dal 1200 essa rappresentava non solo l’occasione per la compravendita di bestiame, esposizione e vendita di strumenti agricoli ma anche il momento più adatto per il culto della Magna Mater della Dea madre della Fertilità. Il luogo destinato ai mercati e alle fiere era la Piazza del Popolo molto più ampia di adesso poiché, ancora, non erano stati costruiti né gli edifici pubblici né il municipio. Ben presto, però, si sentì l’esigenza, per molti igienici, di divederne le merci, collocandole in luoghi distinti: fu così allestito un foro boarico per l’esposizione del bestiame grosso e minuto, mentre gli altri prodotti furono lasciati sulla piazza. A Marciano era presente anche un mercato di sementi e di bozzoli di bachi da seta, prodotti in loco dal bachificio e venduti sotto il Padajon, sul quale poi, nel 1929, sarà costruito il Palazzo Municipale. |
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San Marino |
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